MAX MAGO

di Pasquale B.

L’appuntamento era per l’ora del canto del gallo alla stazioncina di Gorgonzola. Max voleva fare una sorpresa natalizia ai suoi ultra ottuagenari genitori che abitano su una collinetta di un paesello della Brianza, dove, quando gli abitanti incontrano uno straniero, cosa rarissima, sembra che vedano un marziano.

Io lì non ci ero mai andato ed ero in solluchero, perché Max me ne aveva parlato come un luogo da favola, rimasto ai ritmi del secolo scorso. Conosco Max dall’epoca del liceo e da allora non ci siamo mai persi. Siamo buoni amici accomunati da molti interessi che ci legano come due matti. La passione per l’informatica è al primo posto e facciamo a gara nello sperimentare marchingegni ed applicazioni come beta testers.

La marimba trillò: “sono già sulla panchina al binario est, circondato da persone che bisbigliano a bassissima voce, credo che mi stiano osservando e nessuno di loro ha l’ardire di rompere il ghiaccio con me. Muoviti, la situazione mi turba, se fossi certo che sono lo zimbello della loro curiosità mi farei avanti io, ma!”……
Lo trovai che fumava nervosamente la sua pipa di radica che usava solo nelle grandi occasioni. Sentii un profumo di tabacco nuovo che mi ricordava il sandalo misto a ginestra. Mi avvicinai con l’intento di non farmi riconoscere subito. Quelle scene m’intrigano da morire. Feci finta di essere un qualsiasi viaggiatore, misi in silenzioso il melafono attivando la videocamera e m’infilai in quella frotta di gente con gli occhi sbarrati e le orecchie ben tese verso Max che ormai non si vedeva quasi più, immerso com’era nel nuvolone di fumo grigio di pipa.

Il fumo disegnava pecorelle e strane figure geometriche, come succede nei riti degli aruspici. Riconobbi la voce roca di Alice che prometteva neve sopra i trecento metri e dava tutte le coordinate spazio-temporali. Max gesticolava freneticamente sul vetro del suo iphone in cerca di notizie, per ammazzare il tempo e per rompere l’imbarazzo del personaggio misterioso che calamitava la morbosità di persone che cercavano di capire il perché di quella voce e soprattutto di quel felino movimento di dita:

“Jose! segna la quarta birra, sei in ritardo, il treno sta per partire, se non arrivi, io parto lo stesso”.
Sfoderò la sua telescopica arma bianca e cercò di dirigersi più vicino al binario. Fece girare il bastone davanti a sè che s’infilò fra una selva di gambe e gli astanti credettero che volesse sollecitarli a dire qualcosa.

“Lei è un mago che comunica con l’al di là? Abbiamo sentito chiaramente una voce d’oltretomba che prevedeva il futuro. Abbiamo anche visto che faceva strani segni apotropaici e immediatamente aveva la risposta. Abbiamo sentito perfettamente il suo oroscopo e un’altra voce che le diceva come doveva muoversi”.

Il vecchietto gli alitava ormai in faccia e Max tentò di arretrare asciugandosi col polsino del giubbotto l’abbondante saliva che gli era finita sui suoi occhiali scuri, ma un altro signore distinto con l’aria di saperla lunga l’apostrofò:

“Lei è come Tiresia, lo sanno tutti che chi non vede ha una sensibilità più accentuata degli altri, ecco perché fra gli antichi sapevano prevedere il futuro e ci prendevano sempre”.

Una signora si fece largo e pretese da Max che le leggesse la mano che mise fra le sue. Lui la palpò per bene, scivolò col dito fra la miriade di righe e righine di quel palmo delicato e decise lì per lì di giocare sul serio la parte del mago per far piacere a chi lo voleva in quella veste. Intanto il treno fischiò e tutti lo persero.

Max ormai era immerso nel suo ruolo ieratico e dispensava buoni auspici a destra e a manca, nessuno ebbe previsioni nefaste e tutti erano in brodo di giuggiole. Poi ruppe gli indugi e decise di far fare domande direttamente ai suoi interlocutori. Azionò Siri e le domande arrivarono a raffica. Nel frattempo io riprendevo tutto e l’agonia profetica durò un’oretta abbondante, fino a che un omaccione sgomitando arrivò da Max e lo sollevò da terra portandolo in trionfo verso l’uscita della stazione e lui rassegnato si faceva trasportare come un agnello sacrificale.

L’omaccione si diresse verso la piazza di un paesino minuscolo dove si trovava l’unica osteria. Dietro, la processione aumentava sempre più e la piazzetta si riempì a dismisura. L’oste mise mano alle botti e fu festa generale, ognuno pretese il suo oroscopo e Max non lo negava a nessuno, perché lui è felice se vede che gli altri lo sono. Così mi avvicinai anch’io, gli presi la mano e feci segno che me la leggesse. Lui l’agguantò divertito promettendomi un fulgidissimo futuro, ma non ho capito se mi avesse riconosciuto, ormai Bacco aveva bacchettato tutti e nel paesello non si faceva altro che parlare di Max Mago.